Tutto è inganno: cercare il minimo di illusioni, rimanere nella media, cercare il massimo. Nel primo caso si inganna il bene, in quanto ci si vuole rendere troppo facile conquistarlo, e il male, in quanto gli si pongono condizioni di lotta troppo sfavorevoli. Nel secondo caso si inganna il bene, in quanto non si aspira a esso neppure nelle cose terrene. Nel terzo caso si inganna il bene, in quanto ci si allontana da esso il più possibile, e il male, in quanto si spera di renderlo impotente esaltandolo al massimo. Di conseguenza sarebbe preferibile il secondo caso, poiché il bene lo inganniamo sempre, mentre in questo caso il male no, per lo meno in apparenza.
Frana Kafka – Aforismi di Zürau
I love learning as a process. It’s a meaningful, enjoyable activity, a damn good way to spend my hours.
Riflettevo, in questi giorni di relativa calma, sulla mia ignoranza. Su quanto, fatalmente, poco o nulla sappia su un’infinità di cose.
La consapevolezza della propria ignoranza è uno strumento potente, il pungolo che induce a leggere, studiare ed elaborare per superare il nozionismo e, attraversando ignoranze successive, spostare in avanti la nostra conoscenza.
Il mio sogno nel cassetto, da ignorante conclamato, è infatti di potermi dedicare quasi solo alla lettura, alla ricerca e allo studio per il resto dei miei giorni. Ma questo è un altro discorso.
Occorre poi distinguere tra l’ignorante silenzioso, che tace su ciò che non sa e spesso anche su ciò che sa e quello ciarliero che urla la propria ignoranza urbi et orbi.
Gioverebbe il silenzio, prezioso e ormai quasi introvabile in questo nostro mondo dominato dalla incontinenza verbale, dal narcisismo dilagante che trova stimolo e sfogo naturale negli ambienti digitali sociali.
L’essere umano dei nostri tempi mi pare sia ormai questo, parla, scrive (lo sto in effetti facendo anche io), si espone perché ambisce a un pubblico, vuole un seguito ed è in perenne ricerca di approvazione, a tutti i costi, anche a costo di mostrare e dimostrare pubblicamente la propria crassa ignoranza.
Siamo ignoranti, è bene iniziare a dirselo.
Life's easier with the right tools.
Figuring out what to do.
Oggi è il 22-11-22, data palindroma.

Questa mattina ho dato a Riccardo la sua prima penna stilografica, gli ho fato scegliere con quale inchiostro caricarla e da previsione ha scelto un rosso.
L’ho fatto perché ho notato che grazie alla sua insegnante di italiano si sta un minimo appassionando alla scrittura a mano.
L’ho fatto perché mi auguro che maturi come lo scrivere a mano, lentamente, porti alla meditazione, conduca alla riflessione profonda che aiuta a dipanare il rumore in cui siamo perennemente ingarbugliati.
Scrivere a mano è per me la necessità di un luogo di cui non riesco a fare a meno.
Non ho davvero idea del perché Apple abbia nel 2016 eliminato lo startup chime dei MacBook Pro, oggi ho scoperto che è possibile riabilitarlo così:
sudo nvram StartupMute=%00
Via Mr. Macintosh
L’internet consente di accedere subito e con facilità estrema a una quantità mostruosa di informazioni, opportunità certo senza pari che porta tuttavia in dote un rischio da cui cerco da sempre di guardarmi, il nozionismo.
Il pericolo è di pensare che non serva sapere qualcosa, al bisogno basta fare una ricerca e prendere per buono il risultato che otteniamo (spesso solo opinioni e notizie che di norma comprano la propria posizione di rilievo nella pagina di ricerca) e di considerarlo pigramente risposta definitiva, punto di arrivo. Nessuna elaborazione, nessuno sforzo di costruzione di un pensiero critico. Semplice e appagante superficialità.
La costruzione del sapere non funziona in questo modo.
Le informazioni crude, per tante che siano, non creano di per sé conoscenza. Solo per il fatto che abbiamo raccolto informazioni su qualcosa non significa che ne possediamo la conoscenza, che siamo competenti. Anzi, più sono le informazioni non elaborate più creano un rumore di fondo che ci rende difficile riconoscere ciò che è rilevante, allontanandoci spesso da quello che vogliamo veramente conoscere.
Ma il nozionismo sembra sia la cifra di questo tempo, le discussioni cui assistiamo sui social, ascoltiamo nei talk show televisivi e radiofonici e le notizie che leggiamo sulla stampa sono, mi pare, per lo più basate proprio sul nozionismo. Il “mi sono informato” è il mantra che ormai esenta da qualsivoglia approfondimento, illusione di conoscenza che consente di dire a chiunque la qualunque su qualsiasi tema.
I media, salvo rare eccezioni, hanno ormai abdicato al proprio ruolo di approfondimento dell’informazione e divulgazione della conoscenza. Il modello mi pare sia quello di proporre un mero consumo dell’informazione.
La discussione in questi luoghi è poi per lo più ridotta a canea acchiappa click/ascolti.
Per sapere e poi nel caso divulgare, serve certo raccogliere informazioni ma poi anche rileggere, elaborare, distillare, studiare e, nel mentre, tacere.
Ecco, un po’ più di silenzio gioverebbe.

Ma perché fare i buoni propositi all’inizio del nuovo anno? Perché non farli, chessò io, il 3 di luglio? O il 24 di marzo?
Meno di quanto avrei voluto e potuto.
Con fatica e in maniera disordinata, leggendo anche più di un libro in contemporanea (pessima abitudine vero?).
Poi alcuni libri li ho iniziati e abbandonati, altri li ho comprati e sono li che mi aspettano.
C’è un bellissimo termine giapponese che descrive questa mia semi patologia:
Tsundoku 積ん読.
Ovvero comprare più libri di quanti ragionevolmente se ne possano leggere, lasciando che formino pile sul comodino, sul tavolo, sugli scaffali, in qualsiasi luogo della casa. Tsundoku non ha accezione negativa e però in me genera senso di colpa e frustrazione, ricordandomi la mia condizione perenne di lettore mancato.

Everyone should read it.
Ho abbandonato la scrittura in questo luogo per molto tempo ma ci ritorno, lasciando alcune cose e archiviandone altre seppur conservandole.
Per me scrivere è un piacere e un bisogno, lo faccio tutti i giorni con carta e penna e ora riprendo a farlo anche qui.
Meno di quanto avrei voluto e potuto.
Con fatica e in maniera disordinata, leggendo anche più di un libro in contemporanea (pessima abitudine vero?).
Poi alcuni libri li ho iniziati e abbandonati, altri li ho comprati e sono li che mi aspettano.
C’è un bellissimo termine giapponese che descrive questo mio disagio:
Tsundoku 積ん読.
Ovvero comprare più libri di quanti ragionevolmente se ne possano leggere, lasciando che formino pile sul comodino, sul tavolo, sugli scaffali, in qualsiasi luogo della casa. Tsundoku non ha accezione negativa e però in me genera senso di colpa e frustrazione, ricordandomi la mia condizione perenne di lettore mancato.