Il nome delle ore
Questa domenica torneremo all’ora solare, alle tre di notte gli orologi segneranno di nuovo le due. Il sole non se ne accorgerà, farà il suo corso e sorgerà dove e quando sarebbe sorto comunque. Cambieremo il nome delle ore non le ore.
È un evento per me poco significativo, l’ho sempre subito senza farci troppo caso.
In questi giorni mi è però tornata alla mente una cosa che diceva mia nonna paterna ogni volta che ci davamo un appuntamento nei giorni di ora legale.
“Ci vediamo stasera alle sei”, dicevo.
E lei chiedeva, “dell’ora vecchia o dell’ora nuova?” Voleva sapere a quali sei mi riferissi.
Non era confusione, nella casa di campagna dei miei nonni il tempo veniva scandito da altro. Sul retro c’erano l’orto e gli animali: galline, conigli, anatre, maiali. Quasi tutto quello che arrivava in tavola veniva da lì. Si compravano il latte, il caffè, il pane, carne rossa, il sapone, i detersivi e poco altro di ciò che non veniva prodotto. Quando negli anni settanta venne ripristinata l’ora legale in casa nessuno spostò le lancette. Le galline, del resto, non erano state informate. Si svegliavano con la luce e reclamavano il mangime alla stessa ora di sempre.
La distinzione è semplice eppure passa ormai inosservata. C’è il giorno, con la sua luce, la sua fame, il suo sonno. E c’è il nome che diamo ai suoi momenti, un’etichetta che appiccichiamo. Il nome si può cambiare per decreto. Nella notte tra sabato e domenica l’ora che va dalle due alle tre esisterà due volte e a marzo una notte avrà un’ora in meno. La luce, intanto, arriva come sempre quando deve.
Su queste convenzioni abbiamo costruito tutto. L’ingresso in ufficio, la campanella della scuola, la serranda del negozio che si alza alle nove. Sono accordi utili. Permettono a milioni di persone di sincronizzarsi, di trovarsi quando devono nel posto giusto al momento giusto. Il problema non è l’accordo è che a un certo punto abbiamo smesso di notarlo. La convenzione dell’ora è diventata natura, la luce del mattino un dettaglio. Abbiamo barattato il nome per la cosa.
Due volte l’anno la convenzione dell’ora legale si manifesta. Per qualche giorno il corpo resta indietro o avanti di un’ora, e noi chiamiamo stanchezza uno sfasamento stabilito per decreto, come se il difetto fosse nostro. In questi giorni i giornali sono prodighi di consigli su come affrontare questo disagio.
Mia nonna viveva su entrambi i piani senza confonderli, l’ora nuova serviva per parlare con il resto del mondo, nipote compreso, l’ora vecchia era quella degli animali e quindi la sua. C’era una gerarchia chiara: prima il sole, poi la convenzione.
Tornare al sole, tutti, non si può. Un treno, un ospedale, una scuola hanno bisogno che ciascuno legga la stessa ora. Ma la natura non tratta, si limita a non adeguarsi alle convenzioni di noi umani.
Questa domenica sposteremo di nuovo le lancette. Nel pollaio dei miei nonni non cambierà niente.